27 novembre 2017

UNA FLAT TAX PER L'ITALIA...

Una flat tax per l'Italia... aliquota unica e un sistema fiscale proporzionale, non più progressivo come quello attuale.


La proposta è stata lanciata da Nicola Rossi, professore ordinario di Economia politica a Tor Vergata, membro dell'Istituto Bruno Leoni, nonché autore del libro Venticinque% per tutti. 

L'attuale sistema tributario è complesso, con una pressione fiscale in Italia più alta del 4% rispetto alla media europea, oltre a non essere equo, dal momento che si sono accentuate le differenze tra ricchi e poveri.

Il sistema proposto prevede una sola aliquota al 25% per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario (Irpef, Ires, Iva, sostitutiva sui redditi da attività finanziarie), l'abolizione dell'Irap e dell'Imu, un reddito minimo di povertà e una diversa fruizione dei servizi pubblici.

Da una ricerca internazionale sulla flat tax, da cui emergerebbe che su 221 Paesi analizzati, 33 adottano questo modello di tassazione proporzionale: 17 di questi, in particolare, sono appartenuti all'ex Unione sovietica, come ad esempio Russia, Romania o Ucraina. 

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Ci prendono per fessi...
L’economia della manipolazione e dell’inganno
di Robert J. Shiller, George A. Akerlof

Fin dai tempi di Adam Smith, il pensiero economico ha tessuto le lodi del libero mercato che riuscirebbe a conciliare la ricerca dell’interesse personale con il benessere dell’intera società, trasformando il vantaggio individuale in bene comune. A questa concezione idilliaca lanciano una sfida radicale due premi Nobel dell’economia, Akerlof e Shiller, sostenendo che i mercati ci procurano tanti danni quanti benefici, e lungi dall’essere fondamentalmente benigni sono intrinsecamente disseminati di trappole e di esche cui finiamo per abboccare. Perché ogni volta che c’è un profitto da ricavare, i venditori non esiteranno a sfruttare le nostre debolezze psicologiche, la nostra superficialità e la nostra ignoranza per manipolarci e piazzarci la loro merce al prezzo più alto. È più che legittimo, quindi, applicare all’intero ambito dell’economia quella nozione di «phishing» nata fin dagli albori di Internet per definire il raggiro online. Ma mentre quella compiuta in Rete è un’azione illegale, un reato perseguito per legge, in economia è da sempre una pratica comune e indiscussa: raggirare ed essere raggirati è parte integrante dei rapporti fra gli attori del mercato. Per dimostrare la loro tesi, Akerlof e Shiller riportano una gran quantità di aneddoti ed episodi che rivelano come il phishing riguardi chiunque e ogni aspetto della nostra vita: spendiamo tutto il nostro denaro e poi ci preoccupiamo di come arrivare a fine mese; siamo, spesso senza saperlo, succubi della pubblicità; paghiamo troppo l’auto, la casa e le carte di credito; compriamo farmaci che si rivelano inefficaci, se non addirittura dannosi. I due autori forniscono un contributo importante alla spiegazione del paradosso per cui in un’epoca come la nostra, in cui la produzione di ricchezza ha raggiunto livelli senza precedenti, tanti continuano a condurre una vita di miseria e di silenziosa disperazione.

* * *

Un estratto del volume 
«È l’economia, cretino!» diceva James Carville, consulente elettorale di Bill Clinton durante la campagna per le presidenziali del 1992. Il suo intento era quello di attribuire al presidente George H.W. Bush la responsabilità di una serie di problemi economici legati alla recessione che si era innescata durante la sua presidenza. Ecco, noi vogliamo assegnare alla frase di Carville un altro, più ampio significato:
l’idea che molti dei nostri problemi abbiano origine nella natura stessa del sistema economico. Quando chi si occupa di affari si muove esclusivamente all’insegna dell’egoismo e del tornaconto personale, come assume la teoria economica, il nostro sistema, fondato sul libero mercato, scivola verso l’inganno e la manipolazione. A creare il problema non è l’esistenza di molte persone malvagie. La maggior parte della gente gioca seguendo le regole, con l’obiettivo
di garantirsi semplicemente un buon tenore di vita. 

Il fatto è che gli operatori economici, spinti dalle pressioni della concorrenza a manovrare nel libero mercato ricorrendo all’inganno e alla manipolazione, ci inducono inevitabilmente a comprare, e a caro prezzo, prodotti di cui non abbiamo bisogno, a svolgere lavori poco motivanti e a chiederci perché le nostre vite sono andate per il verso storto.

Abbiamo scritto questo libro da estimatori del libero mercato. Con la speranza, però, di aiutare le persone a interpretarlo meglio. Il sistema economico pullula di raggiri, ed è bene che tutti ne siano consapevoli. Dobbiamo saperci muovere in questo sistema preservando la nostra integrità e la nostra dignità, e dobbiamo trovare l’ispirazione per andare avanti nonostante il delirio che ci circonda. 

Abbiamo scritto questo libro per i consumatori, che di fronte agli innumerevoli imbrogli orditi ai loro danni devono stare all’erta. 

Lo abbiamo scritto per gli imprenditori, spesso avviliti dal cinismo di qualche loro collega e costretti dalla necessità economica a adeguarsi.

Lo abbiamo scritto per i funzionari pubblici, che devono mettere mano al compito, spesso ingrato, di regolamentare il mondo degli affari.

Lo abbiamo scritto per i volontari, i filantropi, gli opinion
leader, che operano nel segno dell’integrità. E lo abbiamo
scritto per i giovani, che dinanzi al proprio futuro lavorativo
si domandano come potranno trovarvi stimoli personali.
Tutte queste persone non potranno che trarre beneficio
dalla conoscenza del phishing e dell’equilibrio del phishing,
delle forze economiche che, se non si compiono passi coraggiosi
per contrastarle, introducono all’interno del sistema
la manipolazione e l’inganno. Ci servono anche storie di
eroi, di gente che, in nome della propria integrità personale
(piuttosto che per tornaconto economico), è riuscita a mantenere
l’inganno nella nostra economia entro livelli tollerabili.
Ebbene, il libro è pieno di storie eroiche di questo tipo.

I prodotti dei liberi mercati
La fine dell’Ottocento fu un’epoca di grande impegno per gli inventori: l’automobile, il telefono, la bicicletta, la luce elettrica. Ma un’altra invenzione di quel tempo ha ricevuto assai meno attenzione: la slot-machine. All’inizio,
«slot-machine» non indicava ciò che indica oggi. Il termine si riferiva a qualsiasi tipo di distributore automatico, dove tutto ciò che si doveva fare era inserire una moneta in un’asola (lo slot) e aprire uno sportello. 

Nell’ultimo decennio di quel secolo le slot-machine vendevano chewing gum, sigari e sigarette, binocoli da teatro, tronchetti di cioccolato incartati
singolarmente, e persino quelli che possiamo considerare gli antenati della guida telefonica, gli elenchi urbani; un po’ di tutto, insomma. L’elemento innovativo consisteva essenzialmente in un meccanismo di sblocco attivato dall’inserimento di una moneta.
Ma poi fu escogitata una nuova applicazione. In breve tempo le slot-machine diventarono anche strumenti per il gioco d’azzardo. Un giornale dell’epoca fissa la comparsa delle slot-machine nell’accezione moderna al 1893.

1 Uno di quei primi apparecchi premiava le vincite con caramelle alla frutta, anziché con denaro; ciò accadeva non molto tempo
prima che tutti attribuissero un valore assolutamente speciale
a una rara combinazione: la comparsa di tre ciliegie.
Prima che il secolo finisse era venuto alla luce un nuovo
tipo di dipendenza: quella, appunto, dalle slot-machine. Nel
1899 il «Los Angeles Times» raccontava: «In quasi ogni bar
si trova una mezza dozzina di queste macchine, attorno cui
staziona giorno e notte una folla di giocatori… L’abitudine,
una volta acquisita, diventa una sorta di mania. Si vedono
giovani armeggiare con queste macchine in sessioni che durano
ore, dalle quali alla fine usciranno sicuramente perdenti».

A quel punto gli organi di controllo entrarono in azione.
Le slot-machine stavano mandando in rovina un numero
di individui troppo elevato: dovevano essere messe fuori
legge, o almeno regolamentate, così come il gioco d’azzardo
in generale. Sono quindi sparite dalla vita pubblica, relegate
quasi del tutto ai margini, in appositi luoghi, chiamati
«casinò», o nel permissivo Nevada, dove è possibile
trovarle nei supermercati, dai benzinai, negli aeroporti e
dove l’adulto medio spende in giochi d’azzardo il 4% del
suo reddito, nove volte la media nazionale americana.

3 Ma anche in Nevada le limitazioni non mancano: nel 2010 il
Nevada Gaming Control Board, locale organo di controllo
per le attività da gioco, ha respinto la proposta di consentire
ai clienti dei convenience stores (i minimarket a orario continuato
molto diffusi negli Stati Uniti) di utilizzare le slot-machine
con la carta di credito, anziché con le solite monete.4
Con la computerizzazione la slot-machine ha aperto un
nuovo capitolo. Come ben nota il titolo di un libro pubbli-
cato nel 2012 da Natasha Schüll, del mit, le nuove macchine
sono progettate per dare assuefazione. Mollie, incontrata
dalla Schüll alla Gamblers Anonymous (l’associazione
Giocatori Anonimi) di Las Vegas, rivela il lato umano di tale
dipendenza. Mollie ha tracciato per Schüll uno schizzo che
rappresenta il suo modo di vedersi. Vi si è stilizzata come
un’esile figura solitaria, in piedi davanti a una slot-machine,
chiusa – intrappolata – in una strada circolare. La strada è
collegata a sei dei più importanti luoghi della vita di Mollie:
l’mgm Grand, dove lavora all’ufficio prenotazioni; tre posti
in cui va a giocare; la sede di Gamblers Anonymous, dove
cerca di curarsi dalla dipendenza da gioco; e infine il luogo
in cui si procura i farmaci per contrastare i suoi disturbi
d’ansia. Mollie è del tutto conscia del suo problema: quando
si reca alle slot-machine, lo fa senza aspettarsi di vincere.
8 Sa bene che perderà. Ci va per una sorta di coazione. E
quando la sua frenesia la porta là, si trova sola, a compiere
un’azione rapida e continua. Mollie è allora in quella che
lei chiama «la zona». Preme il pulsante rosso. Si accendono
le luci e lo spettacolo ha inizio. Lei vince o perde. Preme di
nuovo il pulsante. Poi un’altra volta, e un’altra, e ancora, e
ancora, e ancora… finché il denaro non è esaurito. Mollie
non è un caso eccezionale a Las Vegas. Dieci anni fa le morti
dovute ad arresto cardiaco erano diventate un problema
serio nei casinò. Le squadre di pronto soccorso non sapevano
più come fare. Alla fine, i casinò fecero addestrare propri
gruppi di defibrillazione. Un filmato di videosorveglianza
mostra perché quello speciale addestramento si è reso necessario:
vi si vede un gruppo del casinò che defibrilla un
giocatore in arresto cardiaco, mentre gli altri clienti continuano
a giocare, imperturbati nella loro trance, nonostante
il poveretto sia letteralmente ai loro piedi.

Che cosa fanno per noi i mercati
La storia delle slot-machine buone e delle slot-machine
cattive, dalla fine dell’Ottocento a oggi, esemplifica molto
bene la duplice visione che abbiamo dell’economia di mer-
cato. Al livello più essenziale siamo entusiasti dei mercati.
I liberi mercati sono frutto di pace e libertà, realtà che fioriscono
nei periodi stabili, quando la gente non vive nella
paura. Ma la stessa spinta al profitto da cui erano nati
gli sportelli che aprendosi ci davano questo o quell’oggetto
del nostro desiderio ha prodotto anche le slot-machine,
che a colpi di manovella generano dipendenza e si prendono,
per questo privilegio, il nostro denaro. Pressoché la
totalità di questo libro si occupa, per restare in metafora,
di slot-machine cattive, non di slot-machine buone: questo
perché in quanto riformatori sia del pensiero economico
sia dell’economia noi puntiamo a cambiare non ciò che
va bene nel mondo, ma ciò che non va.
Prima di cominciare, però, dobbiamo spendere qualche
considerazione su quello che i mercati fanno per noi. Per
farlo, conviene partire da lontano, tornando a fine Ottocento
– inizio Novecento. Nel dicembre 1900 l’ingegnere civile
John Elfreth Watkins Jr si dedicò, dalle pagine del «Ladies’
Home Journal», alla dilettosa attività di predire come sarebbe
stata la vita di lì a cent’anni. Profetizzava che avremmo
disposto di «aria calda e aria fredda [erogate] da ugelli
». Navi veloci ci avrebbero portato «in Inghilterra in due
giorni». Sarebbero esistite «aeronavi», principalmente di
uso militare, ma a volte anche per merci e passeggeri. «L’opera
lirica [sarebbe stata] trasmessa via telefono alle nostre
case, con la qualità sonora di cui si può godere in un palchetto
a teatro.»
10 E avanti con altre previsioni.
Watkins ammetteva che i suoi pronostici potevano suonare
«strani, se non inverosimili». Ma i liberi mercati – con
la loro spinta a produrre, nella misura in cui se ne può cavare
profitto, ciò che la gente vuole – hanno trasformato tali
previsioni, e molto altro, in concreta realtà.
I liberi mercati, tuttavia, non si limitano a offrire in abbondanza
ciò che la gente chiede, ma creano anche un equilibrio
economico idoneo a mettere le imprese economiche
in condizione di manipolare o distorcere la nostra facoltà
di giudizio con pratiche commerciali paragonabili alle cellule
cancerose che si insinuano nel normale equilibrio del
corpo umano. La slot-machine ne è un chiaro esempio. Non
a caso, prima di essere regolamentate e messe al bando le
slot-machine erano talmente diffuse da essere onnipresenti.
Nella misura in cui la conoscenza di ciò che realmente vogliamo
presenta qualche fragilità, e nella misura in cui tale
debolezza può essere suscitata e alimentata a fini di profitto,
i mercati sfrutteranno l’occasione per abbindolarci. Vi faranno leva per avere la meglio su di noi. Ci raggireranno come degli sciocchi.

Gli autori:
Robert J. Shiller, economista e professore all’Università di Yale, ha vinto il premio Nobel nel 2013. È autore del best seller Euforia irrazionale, pubblicato in Italia dal Mulino nel 2000.
Insieme a George A. Akerlof è autore di Spiriti animali. Come la natura umana può salvare l’economia, pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2009.

George A. Akerlof, economista e professore all’Università di Georgetown, ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2001.

Insieme a Robert J. Shiller è autore di Spiriti animali. Come la natura umana può salvare l’economia, pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2009.

22 novembre 2017

MIFID 2: PRO E CONTRO

Il 3 gennaio 2018 entrerà in vigore la MiFID 2 (o MiFID II) ovvero la Direttiva sui Mercati degli Strumenti Finanziari.

La MIFID II mira a conseguire due importanti obiettivi: 
1) Aumentare la tutela per gli investitori
2) Promuovere la trasparenza e l’efficienza sui mercati finanziari

La MIFID II tocca molti aspetti tra cui la consulenza, la vendita e le informazioni sui costi dei prodotti finanziari. 


Ecco i 5 punti chiave della direttiva MIFID 2 per gli investitori:



1)   Fornire maggiore trasparenza sui prezzi e sui costi

La MIFID 2 comporterà una maggiore trasparenza sui costi e sui prezzi degli strumenti finanziari sia prima sia dopo la loro negoziazione. 
Per gli intermediari, vi è l'onere di rendere note queste informazioni al cliente almeno una volta all'anno. 

2) Prevedere una categorizzazione dei clienti
Le norme MIFID 2 obbligano i fornitori di prodotti di investimento a categorizzare i clienti in investitori al dettaglio o investitori professionali. Questa targettizzazione è stata proposta per ai fini della divulgazione e segnalazione delle informazioni nonchè per l'idoneità all'investimento per certi tipi di prodotti.

3)   Aumentare il monitoraggio sui prodotti di investimento venduti in Europa
La MIFID 2 attribuisce nuovi poteri ai regolatori nazionali per monitorare gli strumenti finanziari e i prodotti più strutturati che vengono distribuiti in Europa. Tra questi, vi è la possibilità di restringere o vietare la commercializzazione di prodotti che non rispondono a determinate caratteristiche di trasparenza. 

4)   Garantire la "Best Execution" 
I fornitori di servizi finanziari devono garantire la best execution alla loro clientela, e cioè dimostrare che l'ordine di investimento venga fatto alle migliori condizioni di mercato.   

5)   Rafforzare la protezione degli investitori
Gli intermediari finanziari devono agire in conformità agli interessi dei loro clienti fornendo loro informazioni più dettagliate in merito ai prodotti e ai servizi offerti o venduti. I consulenti finanziari dovranno consigliare prodotti e servizi sulla base dell'esperienza, conoscenza, obiettivo e profilo di rischio/rendimento del cliente. 

Quanto paghiamo veramente per i prodotti di investimento che sottoscriviamo? 

Gli intermediari finanziari (Banche, SGR, SIM,etc.) dovranno essere più chiari e trasparenti sulle spese e sulle commissioni pagate dai clienti. 

Almeno una volta all’anno, vi sarà l’obbligo di inviare al cliente informazioni dettagliate su tutti i costi e gli oneri relativi agli strumenti finanziari e ai servizi accessori (quali ad esempio la consulenza).  Questo aiuterà l'investitore a comprendere più da vicino qual è l’impatto dei costi sui rendimenti degli investimenti.

Per i fondi comuni di investimento dovrà essere fatta menzione dei costi di gestione, di consulenza e delle commissioni di entrata e di uscita del fondo. 

I consulenti finanziari, infine, dovranno comunicare al cliente se il servizio di consulenza è fornito su base indipendente o meno.

Lo scopo principale della MIFID è senz'altro quello rendere meno onerosa la possibilità di valutare e scegliere i prodotti di investimento sulla base dei costi e della qualità dell'offerta. 

Tutto questo, favorirà nel tempo una sana e corretta competizione di mercato tra gli intermediari finanziari.

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Niente tagli e meno tasse, così è solo populismo.
Al momento attuale, nessuna forza politica ci ha detto in che modo intende far quadrare i conti quando deciderà di togliere meno soldi dalle tasche dei contribuenti. Ormai si è in campagna elettorale. Il 4 marzo 2018 saremo chiamati a eleggere un nuovo parlamento: il che significa che il 2018 sarà un anno di rivolgimenti decisivi per l'Italia, che deve provare a uscire dalla crisi in cui si trova. 
In campo economico, la maggior parte delle forze politiche è propensa a suggerire una riduzione delle imposte. 
Negli scorsi mesi la proposta di una "fiat tax" (avanzata da più parti) ha riscosso un notevole successo e in qualche caso i progetti di riforma sembrano essenzialmente differire solo in merito al livello dell'aliquota unica. 
Tutto ciò è positivo. In un suo volume volto a esaminare il funzionamento dello Stato con gli strumenti concettuali dell'economia, "Potere e mercato", Murray N. Rothbard ha bene evidenziato come quanti vogliano accrescere la libertà individuale debbano focalizzare l'attenzione proprio sull'entità di quanto lo Stato incamera. 

Se davvero anche nei prossimi mesi dovesse consolidarsi questo consenso sulla necessità di ridurre la pressione fiscale, il Paese ne avrebbe solo da guadagnare. Al tempo stesso, per operare seriamente in tale direzione è necessario che a una diminuzione delle entrate tributarie corrisponda una riduzione della spesa pubblica. 

Al momento attuale, però, nessuna forza politica ci ha detto in che modo intende far quadrare i conti quando deciderà di togliere meno soldi dalle tasche dei contribuenti. 

È importante che su questo si faccia chiarezza, dato che una minore imposizione fiscale può comportare conseguenze devastanti se al contempo non si provvede a diminuire le uscite. 

La differenza tra una proposta politica seria e una semplicemente populista è tutta qui: perché un candidato credibile deve certamente dirsi favorevole a "meno tasse", ma deve anche avere il coraggio di apparire impopolare a questo o quel gruppo d'interesse, indicando dove egli intende usare il bisturi. 

Di spese da eliminare ve ne sono moltissime e se questo può comportare sofferenze in qualche settore della società (gli attuali beneficiari della spesa statale), al tempo stesso molti di più sono quanti ne beneficerebbero. 

La sensazione, però, è che l'elettore si troverà a scegliere tra ipotesi irrealistiche: proposte avulse dalla realtà e quindi indisposte a sposare i diritti di alcuni contro i privilegi di altri. 

Non bisogna mai dimenticare che sono elettori i proprietari delle aziende private foraggiate dallo Stato, i forestali della Calabria, i pensionati con il regime "contributivo" e i dipendenti della Regione Sicilia (cinque volte più numerosi di quelli della Regione Lombardia). Poiché nessuno vuole inimicarsi anche un solo elettore, stiamo assistendo a uno scontro tra slogan e nulla induce a credere che le cose miglioreranno nelle prossime settimane. 

I politici in competizione per il nostro voto ci promettono meno imposte e tacciono sui tagli da farsi. 

http://www.brunoleoni.it/venticinque-per-tutti

EUROPA: LIBERTA' O NEGAZIONE DELLE LIBERTA'

L’Unione Europea nega più libertà e pluralismo!

Che immagine dell’Europa ci viene trasmessa in queste settimane dalle massime istituzioni continentali?
Dinanzi al caso del Regno Unito, difficile non rimanere colpiti e irritati dalla volontà di “farla pagare” a una popolazione che in piena autonomia ha deciso di uscire dall’Unione così come, alcuni decenni prima, aveva scelto di entrare nella Comunità stessa. 
Non si comprende come gli eurocrati possano giustificare il loro disprezzo per una volontà espressa democraticamente e basata su ben precise argomentazioni. 
Nell’affrontare la Brexit, í responsabili dell’Unione sono apparsi privi della minima disponibilità a fare autocritica, ad ammettere che un’antica società di tradizione liberale non poteva lasciarsi dominare da qualche grigio commissario, né poteva subire un modello di giustizia e comunità politica in cui non si riconosce.
Ugualmente imbarazzante è il modo in cui, in queste settimane, gli eurocrati hanno appoggiato l’azione repressiva condotta in Catalogna dal governo spagnolo.
Si può ritenere illegale (secondo la Costituzione del 1978) il referendum convocato dalla Generalitat catalana, oppure si può pensare che l’ordinamento spagnolo non possa ignorare il diritto internazionale, che è sovraordinato rispetto a quello costituzionale e garantisce il diritto di auto determinazione di ogni popolo.
Ma al di là di queste discussioni, è inammissibile che nell’Europa del 2017 la Guardia Civil picchi normali cittadini intenti a votare e che tribunali controllati politicamente mettano in prigione esponenti dell’opposizione e responsabili di associazioni culturali. 
Molti giuristi spagnoli (tra il costituzionalista Javier Pérez Royo, dell’Università di Siviglia) hanno condannato senza mezzi termini l’arresto privo di ogni base legale degli esponenti della società civile e del governo catalano. 
A Bruxelles, però, Jean-Paul Juncker e gli altri suoi sodali hanno fatto a gara nel sostenere il governo di Mariano Rajoy e le sue scelte.
Se oggi l’Unione è orientata a censurare le scelte della popolazione (come nel Regno Unito) e a difendere riemergenti tentazioni autoritarie, questa istituzione è la negazione di quella che avrebbe dovuto darci più libertà e pluralismo. Non c’è da stupirsi, allora, se l’euroscetticismo dilaga ormai un po’ ovunque.

19 novembre 2017

MONETA ELETTRONICA E POS : OBBLIGO PER TUTTI I PROFESSIONISTI

Riifiutare di ricevere, per il loro valore, monete aventi corso legale nello Stato, è punito con la sanzione amministrativa fino a trenta euro. 


Tale sanzione è estesa alle transazioni commerciali effettuate mediante moneta elettronica.



La norma sanzionatoria è quella prevista dal Governo dal 30 settembre 2017 al fine di presidiare l'obbligo a carico delle categorie professionali, una norma già presente nel nostro Codice penale, ovvero l'articolo 693. 



Non sussistono cause di esclusione tali da consentire ai professionisti di sottrarsi al nuovo adempimento, in considerazione soprattutto della specifica classificazione fiscale dell'attività svolta di libero professionista



Ma qual è l'entità economica per la dotazione di un Pos? 



Gli Istituti di credito e le società che gestiscono le transazioni in moneta elettronica, offrono ormai delle condizioni contrattuali per il Pos praticamente a costo zero, attraverso le quali il costo per il professionista è rappresentato esclusivamente da una percentuale rispetto al valore della transazione (es. 2%).

Per esempio nel caso di pagamenti tramite Pos possano corrispondere a un incasso totale annuo di Euro 1.000, il costo del Pos  ammonterebbe a Euro 20 per anno. 

La prevista sanzione di 30 euro verrebbe comminata a seguito di specifica denuncia, presso i competenti organi di Polizia Amministrativa, da parte di un paziente che ne faccia esplicita richiesta e che possa dimostrare che il rifiuto della transazione risulti effettivamente ingiustificato. 

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Il ‘magna magna’ italiano raccontato da un manager pubblico: dalle alghe ai vestiti usati, dalla sabbia ai rifiuti

Estate, sole, spiaggia e… alghe. Forse non sospettavate che perfino le alghe possono essere fonte di guadagni illeciti, uno dei mille sistemi che l’ingegno italico ha escogitato per fare soldi in modo illegale, spesso con la complicità o, nel migliore dei casi, l’inerzia delle pubbliche amministrazioni.
Lo racconta Alberto Pierobon, nel suo libro “Ho visto cose – Tutti i trucchi per rubare in Italia raccontati da un manager pubblico” scritto con Alessandro Zardetto, edito da Ponte alle Grazie (280 pp., 14 euro) in uscita l’11 maggio 2017.

«Ho scoperto che attorno al materiale spiaggiato, in particolare alle alghe, per esempio la Posidonia, si agitano vari interessi. – spiega Pierobon – Infatti, ci sono Comuni che per la loro rimozione, spendono oltre un milione di euro all’anno».
Le alghe si rimuovono per varie ragioni: tra le principali perché ostacolano il cammino e producono, decomponendosi, odori molesti.

Posidonie spiaggiate
«Per portarle via dalla spiaggia si fanno appalti: ‘ti do tot euro per tonnellata all’anno per raccoglierle’. – spiega Pierobon –  La raccolta avviene con trattori o pettini, che asportano più o meno sabbia. Attraverso una sorta di centrifuga, le alghe vengano prima seccate, poi portate via. Più il lavoro è fatto correttamente, meno sabbia porti via dalla spiaggia. E, invece, cosa può succedere? Che le società che hanno vinto l’appalto raccolgano sabbia e alghe insieme, senza andare troppo per il sottile, e che poi si rivendano la sabbia. Anche per usi edilizi: senza curarsi del fatto che questa sabbia contenente sale può pregiudicare la stabilità edilizia».
Non basta, Pierobon racconta anche che può succedere «che prendano la sabbia da uno stabilimento demaniale (e il Comune dovrà poi provvedere a comprarne altra) e poi la rivendano ad altri stabilimenti per il “ripascimento”, cioè l’aggiunta di sabbia per mantenerne il giusto livello».
Ovviamente a pagare i costi della rimozione delle alghe è il Comune e quindi alla fine sarà il contribuente a dover tirare fuori i soldi».
Non solo. «In certi casi le alghe spiaggiate, quindi morte, vengono ributtate in acqua. – continua Pierobon – Chi lo fa sa come si muovono le correnti. Intere barche o camion vengono riversate in mare, interferendo con l’ecosistema, oppure le sotteranno nella stessa spiaggia…», pratiche ambedue vietate.
E’ solo un esempio tra i tantissimi (una quarantina, ripresi nell’appendice che approfondisce tecnicamente i casi) citati da Pierobon, casi vissuti in prima persona nel corso degli anni, durante i quali ha maturato un’esperienza che gli consente di leggere, interpretare e ricollegare i vari indizi da diverse prospettive.
Da questo punto di vista, infatti, Pierobon ha un curriculum perfetto: «Vengo dalla Polizia dove sono stato cinque anni, ci sono entrato a 19 anni. – racconta Pierobon –  Poi ho lavorato in banca, al Credito Italiano, per tre anni, svolgendo varie mansioni, dallo sportello ai titoli, dalla relazione con la clientela fino al servizio estero. A 25 anni sono passato alla Pubblica amministrazione prima come responsabile amministrativo contabile in un comune di 5.000 abitanti; dieci mesi dopo come vice segretario generale di un comune di 15mila abitanti; due anni dopo come dirigente in un comune di 30 mila abitanti; successivamente come direttore generale di un’azienda pubblica per nove anni. Lavorando nei Comuni ho avuto modo di diventare esperto in appalti, mutui e gestione dei servizi pubblici. Poi, nel 2006, ho scelto di fare il consulente libero professionista e sono stato incaricato in una commissione ministeriale ambientale presieduta dal generale Roberto Jucci per oltre un anno: seguivo le emergenze rifiuti in cinque regioni. Da lì mi hanno individuato come la persona più adatta per rivestire il ruolo di subcommissario per la raccolta differenziata nell’ambito dell’emergenza rifiuti campana. In seguito ho svolto altri incarichi anche all’estero per conto del Ministero dell’Ambiente su bonifiche e rifiuti. A questo si aggiunge la mia attività di consulenza in provincia di Bolzano per aziende pubbliche e grandi gruppi industriali di distribuzione». Insomma un’esperienza a 360 gradi per capire il sistema di gestione dei rifiuti pubblico e privato (contratti, finanza, estero, truffe), dall’alto della quale Pierobon tira una conclusione che più amara non si potrebbe: «Il magna magna è diffuso e chi può, lo fa».

La ruberia più comune
Anche le ruberie hanno le loro classifiche. «La truffa più comune è quella che si fa in squadra. – spiega Pierobon – Non è la tangente allo sportello, ma piuttosto il progettare una truffa o la ruberia nell’occasione di un appalto o di una gestione legalizzata. Il paradosso è che questo avviene anche nel privato. E non è certo un fiore raro. Trovi questo sistema nelle grandi strutture come nell’ambiente della pubblica amministrazione. Quello che succede è semplice: abusare delle regole, rimanendo in un’apparente legalità, per trarne un vantaggio, personale o per una consorteria di appartenenza».

Castelli di sabbia pericolosa
Uno dei casi citati nel libro è piuttosto sconcertante, soprattutto perché va a colpire proprio i più indifesi: bambini e anziani. Riguarda un materiale molto comune: la sabbia della spiaggia. Pierobon cita un’esperienza personale: «Ero al mare, e il figlio piccolo di un mio amico cominciò ad accusare difficoltà respiratorie. Il medico disse ai genitori di tenere il bambino lontano dalla spiaggia, un lido privato a uso esclusivo di un condominio. Noi, allora, cominciammo a scavare un po’ più a fondo di quello che si fa di solito con paletta e secchiello. E trovammo pezzetti di mattone e materiale di riporto, con malte e calcinacci. Andai ad approfondire. L’Amministratore condominiale mi disse che la comprava scegliendo tra tre secchi, immergendo la mano in ciascun di loro. Valutava così il materiale preferibile, anche in relazione al prezzo. Non prendeva la sabbia del fiume, la più costosa, ma guarda caso proprio quella che era miscelata con rifiuti inerti da demolizione, polverizzati. Con il vento le particelle si alzavano e irritavano le vie respiratorie, soprattutto delle persone più delicate: bambini e anziani».
Ecco come rifiuti inerti possono diventare un doppio affare: non solo minori costi di smaltimento, ma addirittura introiti, generati dalla loro vendita in veste di sabbia per la spiaggia.

Il giro dei vestiti usati
Comune di Parma
Anche sui vestiti usati donati ai poveri vince qualche volta la speculazione.
Vediamo a grandi linee come funziona il sistema, ancora una volta con la guida di Pierobon.
«Il Comune formula la base d’asta del servizio del ritiro dei vestiti usati stimata sui dati storici forniti dai precedenti appaltatori. Di solito sono cooperative sociali che si occupano di materiale recuperato. – spiega Pierobon – Le cooperative (come un qualsiasi appaltatore) vengono incaricate di ritirare il materiale (indumenti usati) e di recuperarli, cioè di recuperare il materiale tessile, oppure di trattarlo per portarlo fuori dalla disciplina dei rifiuti.
Il comune solitamente riconosce un tot di euro a tonnellata di materiale ritirato e poi gestito dalle cooperative o da altri appaltatori.
Che possono combinare questi soggetti? Igienizzano il materiale e poi lo considerano come vestiti usati da vendere, non da recuperare come materiale tessile. Infatti, gli abiti, per passare dalla condizione di “rifiuto” a , quella di “merce” fino ad agosto 2016 dovevano obbligatoriamente essere igienizzati per rispettare gli standard microbiologici (Successivamente alla Legge 19 agosto 2016, n.166 l’operazione è diventata facoltativa). Ma talvolta questi soggetti fanno un’igienizzazione solo sulla carta, addirittura può accadere che spruzzino il liquido igienizzante solo sui sacchetti chiusi, contenenti gli abiti usati. Così si può considerare il materiale non più rifiuto e commerciabile.
Siamo noi cittadini che forse pensiamo di “donarlo” tramite il sistema pubblico o i circuiti caritatevoli, ma può succedere che questi indumenti, trasformati come abbiamo visto da rifiuti a merce, come tale vengano venduti.
Chiaro che il materiale “pregiato” viene sottratto “a monte” e dato al riuso, mentre il materiale che ha poco valore viene spedito nei “giri” esteri, tramite altri soggetti, altre cooperative, per esempio in Africa. Qui di solito gli abiti vengono rivenduti in altri circuiti, anzi messi all’asta per ricavare il più possibile, a commercianti locali. Saranno loro, poi, a venderli sui mercati frequentati dalla popolazione più povera». Insomma quel che può succedere non è allineato alle premesse e alle promesse. «Noi doniamo un vestito che non usiamo, con buone intenzioni. E invece potremmo alimentare un commercio che potrebbe essere in nero, che si articola creando passaggi intermedi per mascherare i guadagni, occultando i flussi finanziari illegali» conclude Pierobon.

La discarica in Kenya
Per quest’ultimo tassello in questo mosaico degli scandali Pierobon ci porta all’estero, in Kenya.
«Il nostro Paese, tempo fa, finanziava decine di Paesi per iniziative ambientali – spiega Pierobon –. Nel 2008, per esempio, il Ministro Pecoraro Scanio si era impegnato a bonificare la discarica di Korogocho (che in lingua kikuyu vuol dire “ciò che non ha più nessun valore” o “caos”) a Dandora, vicino a Nairobi, dove i più poveri rovistano per tirar fuori ciò che possono, tra miasmi pestilenziali.

4 novembre 2017

CONSUMO SUOLO: IL DISEGNO DI LEGGE DIVENTI LEGGE ENTRO IL 2018

Lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri competenti
dei Presidenti di Coldiretti, FAI-Fondo Ambiente Italiano, INU,  Legambiente LIPU, Slow Food, Touring Club Italiano e WWF Italia
Il disegno di legge sul consumo di suolo diventi legge entro fine legislatura.

Salutiamo con favore e speranza la piena consapevolezza, emersa in occasione degli Stati Generali del Paesaggio (del 25 e 26 ottobre scorsi), nelle dichiarazioni pubbliche del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e del Ministro Dario Franceschini che il nostro Paese non può continuare a limitarsi a registrare un preoccupante e persistente consumo del suolo senza dotarsi di uno strumento normativo che eviti nuovi sfregi al territorio italiano.
Questa consapevolezza deve tramutarsi ora in un’assunzione di responsabilità da parte del Governo nel concordare un’azione con il Parlamento per fare in modo che il disegno di legge sul «Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato», ora all’esame del Senato, diventi legge prima della fine della legislatura.
In termini assoluti il consumo di suolo in Italia ha già intaccato dal secondo dopoguerra a oggi circa 21.000 chilometri quadrati del nostro territorio, con un valore di suolo consumato pro-capite che passa dai 167 metri quadrati del 1950 per ogni italiano, a quasi 350 metri quadrati nel 2013 e continua ad avanzare al ritmo di 30 ettari al giorno: 
occorre agire adesso!

Il disegno di legge sul consumo del suolo, ricordiamo, derivava da una prima iniziativa governativa, a fine del 2012 – nella passata legislatura - ed è stato integrato e riproposto in questa legislatura con una plurima paternità governativa. Malgrado ciò è rimasto fermo a Montecitorio per ben 3 anni e 3 mesi. E ora (fine ottobre) è da 518 giorni all’esame del Senato. Il disegno di legge è, dunque, nelle mani del Parlamento da 4 anni e 7 mesi.
Ora sono in discussione nelle Commissioni Ambiente e Agricoltura riunite del Senato delle importanti modifiche migliorative che se accolte: permetteranno al Paese di dotarsi di una legge che riconosce il suolo quale bene comune e risorsa limitata; consentiranno di indirizzare le trasformazioni sulla rigenerazione urbana invece che sul consumo di suoli agricoli o verdi; porranno un limite al consumo del suolo; renderanno obbligatorio ilcensimento degli edifici e delle aree libere.
Riteniamo che sia indispensabile dotare il Paese di una norma innovativa ed efficace sul consumo di suolo. Ma questo presuppone che nel patto tra Governo e due rami del Parlamento sui disegni di legge da approvare a fine legislatura ci sia anche il ddl sul «Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato» che, dopo le modifiche del Senato, deve essere approvato senza modifiche dalla Camera dei Deputati.
La finestra temporale è stretta perché sta già iniziando la sessione di Bilancio 2018 al Senato ed entro la prossima primavera le Camere verranno sciolte per andare alle elezioni nazionali. C’è poco tempo ma se ci sono l’impegno e la convinzione del Governo e dei due rami del Parlamento, esistono numerosi precedenti che ci dimostrano come ciò sia possibile. Facciamo che sia possibile, chiediamo alle istituzioni di essere coerenti perché alle parole seguano i fatti.

Roberto Moncalvo, Presidente Coldiretti
Andrea Carandini, Presidente FAI - Fondo Ambiente Italiano
Silvia Viviani, Presidente INU- Istituto Nazionale di Urbanistica
Rossella Muroni, Presidente Legambiente
Fulvio Mamone Capria, Presidente LIPU
Gaetano Pascale, Presidente Slow Food
Franco Iseppi, Presidente Touring Club Italiano
Donatella Bianchi, Presidente WWF Italia

Roma, 31 ottobre 2017


Il presente comunicato è inviato dall’Ufficio Stampa del WWF Italia in rappresentanza di tutte le assiciazioni citate.

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Al via un prototipo di tessuto double-face per riscaldare e raffreddare il corpo umano

Un tessuto nanostrutturato composto di rame, carbonio e polietilene che ha due lati, uno 'invernale' e uno 'estivo'. L'obiettivo è ridurre i consumi energetici degli impianti di climatizzazione.
Invece di riscaldare e raffrescare gli ambienti interni agli edifici, non varrebbe la pena riscaldare o raffreddare le persone che li abitano? E' partita da questa domanda la ricerca di un team del Dipartimento di Materials Science and Engineering dell'Università di Stanford, con l'obiettivo di trovare una soluzione per ridurre i consumi energetici legati agli impianti di climatizzazione.

Tessuto nanostrutturato

Ne è nato un tessuto nanostrutturato composto di rame, carbonio e polietilene che è in grado di modificare la temperatura corporea di chi lo indossa.
Lo studio è iniziato nel 2016, quando il team guidato dal professore Yi Cui era riuscito a sviluppare un particolare tessuto che riusciva a raffreddare la pelle grazie a un involucro trasparente e impermeabile all'acqua che aveva la caratteristica di catturare ed eliminare le radiazioni infrarosse dal corpo. Rispetto a un tradizionale tessuto, la soluzione nanotecnologica riusciva ad abbassare di un paio di gradi la temperatura interna.

Soluzione 'bi-modale' caldo/freddo


Da qui, l'idea di invertire il processo e riuscire a sviluppare una soluzione 'bi-modale' che potesse essere utilizzata sia in inverno sia in estate, con risultati opposti. I ricercatori hanno così scoperto che il tessuto, indossato con lo strato di rame rivolto verso l'esterno, era in grado di catturare il calore e riscaldare la pelle nei giorni freddi. Posizionando invece lo strato di carbonio all'esterno si ottiene il risultato opposto, quello di raffreddare il corpo.

2 novembre 2017

CVA SPA - VERSO LA QUOTAZIONE IN BORSA? ELEMENTI DI APPROFONDIMENTO.


Una serata di approfondimento per capire qualcosa di più sulla società CVA spa e per maggiori informazioni sulla discussa quotazione in Borsa della stessa.



*Chasing pavements: è come cercare di raggiungere qualcosa pur già sapendo in partenza che sarà destinato ad un fallimento. 
Come voler  provare lo stesso, perchè si ha una speranza senza fondamento.

AOSTA - TRAMONTO - 29 OTTOBRE 2017